QUANDO LA PRESSIONE PSICOLOGICA LA FA DA PADRONE
- Simone Marchetti Cavalieri
- 28 lug 2022
- Tempo di lettura: 2 min
Sebastian Vettel annuncia il ritiro ed il suo non è assolutamente un lieto fine. È una notizia importante perché non si tratta esattamente di un ritiro come gli altri, è un ritiro dal sapore amaro, dal retrogusto di delusione e mosso dall’aver quasi perso “un senso” e l’amore per ciò che lo ha portato ad essere se stesso. Dichiarazioni pubbliche a parte, ovviamente.
Un senso perduto, dipinto negli anni da un destino crudele.
Senza mezzi termini, Seb è stata la vittima più celebre del sistema Ferrari, del vestirsi di rosso che consegna alla storia nel bene e/o nel male.
È stato vittima celebre, amplificata dai tempi nei quali l’ha vissuto, dello stesso guaio psicologico di Fernando Alonso (che l’ha superato con il suo carattere forte), di Alain Prost (che in tempi diversi l’ha superato con un anno sabbatico ed un mondiale poi vinto altrove al suo ritorno) e, perché no, di Ivan Capelli (che pure lui non l’ha mai superato, ma la posta in gioco ed il contesto erano ben differenti).
Sebastian Vettel ha avuto quasi tutto contro nel dover gestire la pressione psicologica da pilota di punta del cavallino rampante, a cominciare dai tempi, dalla gogna social mediatica totalmente incompatibile con la sua personalità fino alla transizione, purché se ne dica ancora dolorosa, dall’era Marchionne a quella successiva.
Aspetti che hanno contribuito a farlo entrare in un loop negativo ed infinito durante quel fatidico 2018, dal quale non si è mai realmente ripreso.
Le future intenzioni e le altre vocazioni da lui citate nel video nessuno dovrebbe giudicarle più di tanto, ma sono chiaramente in gran parte figlie di una carriera che, in qualche modo, “non doveva andar così”.
Un’amara realtà, accompagnata da un volto stanco, che ha pochissimi precedenti equiparabili e che deve far sorgere riflessioni.
© Simone Marchetti